DON  RAFFAELE  IL  TROMBONE

Atto unico di Peppino De Filippo

(dal programma di sala)

LA STORIA

 

Raffaele Chianese, maestro di trombone, è il protagonista della vicenda. Vorrebbe diventare un grande e famoso compositore, (tra l’altro ha scritto anche un’opera dal titolo lunghissimo, che solo a sentirlo non promette niente di buono!) e immerso com’è nel suo mondo di sogni crede che la fortuna giungerà da un momento all’altro. Tuttavia si lamenta della società che non ha capito la sua bravura, non ha riconosciuto le sue qualità, ma pur di non tradire questa grande passione rifiuta qualsiasi altro lavoro (il suo compare, infatti, si fà in quattro per trovargli una buona sistemazione, ottenendone in cambio insulti e maltrattamenti!) quindi vive miseramente con la famiglia, guadagnando pochi soldi suonando ai matrimoni, dopo che anche il tentativo di aprire un negozio di musica è fallito. Amalia e Lisa, rispettivamente moglie e figlia di Chianese, non accettano di buon animo questa condizione, e soprattutto Amalia non crede molto nelle capacità artistiche del marito, che spesso prende in giro e sprona a trovare un’attività più redditizia. Anche Nicola Belfiore, maestro di musica, vive di stenti, ma da quando ha conosciuto Raffaele, suo collega di lavoro, le cose sono addirittura peggiorate. Lo addita quindi quale "iettatore", ritenendo che a causa sua ogni piccolo impiego che gli viene affidato va misteriosamente in fumo. Finché giunge in casa di Raffaele “il trombone” Alfredo Fioretti, uomo distinto, ben vestito, che si presenta come maestro di pianoforte e concertista, proponendogli un vantaggioso ingaggio e un lauto anticipo …

 

 

Il testo in lingua si basa principalmente sui dialoghi, su cui la trama scivola, s’intreccia perfettamente, per poi avviarsi verso un finale di grande effetto. Le battute sono ora armi pungenti, ora veri e propri scontri verbali, oppure si trasformano in parole illusorie o altrimenti rivelano stati d’animo risentiti, felici, malinconici. Come sempre, Peppino De Filippo utilizza un linguaggio semplice, eppure minuziosamente costruito per il suo soggetto teatrale, un linguaggio che esprime l’animo del personaggio ed è funzionale al testo.

 

LE  FOTO          I  VIDEO

la locandina del debutto: 19 marzo 2005

 

 

i ringraziamenti al pubblico

 

foto P. Chizzoniti

L'AUTORE

 

Peppino De Filippo nacque a Napoli il 24 agosto 1903, figlio naturale di Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo, fratello minore di Titina ed Eduardo. Cominciò molto presto a calcare i palcoscenici debuttando nella compagnia del padre, con il quale recitò fino al 1920. Fece parte delle compagnie di Villani nel 1921, di Urcioli De Crescenzo nel 1925, di Aldo Bruno nel 1926, di Vincenzo Scarpetta negli anni '27 e 29 finché, nel 1929, con i fratelli Titina ed Eduardo formò la “Compagnia Del Teatro Umoristico I De Filippo”. Alla sua carriera di attore egli alternava quella di autore di testi teatrali, cominciando a scrivere a 24 anni con lo pseudonimo di Bertucci (mentre Eduardo usava quello di Molise). I suoi primi lavori andarono in scena al Teatro Nuovo di Napoli la sera del 4 aprile 1931: erano una farsa in due atti dal titolo “Tutti uniti canteremo” (poi nota come “Un ragazzo di campagna”) e un atto unico intitolato “Don Raffaele il trombone”. Il sodalizio con i fratelli durò 15 anni, durante i quali il successo fu quasi sempre puntuale, fino al novembre del 1944,  anno in cui si ruppero i rapporti con Eduardo. Peppino formò allora una propria compagnia, con la quale mise in scena, oltre ai suoi lavori, testi di Molière, Pinter, Goldoni, Bracco, Pirandello, Bernard e tanti altri ancora. Egli si dedicò ad un teatro fatto di farsa e comicità, rivolgendo le sue mire ad un teatro più in lingua che dialettale. Lavorò  molto in televisione e nel cinema, dove con il grande Totò prese parte a diverse e bellissime pellicole. Successivamente, si dedicò al palcoscenico e alla riduzione per la televisione di alcuni suoi testi teatrali. Conobbe, in televisione, un momento di eccezionale popolarità con il personaggio di Gaetano Pappagone, nella "Canzonissima" 1966-67. Scomparve a Roma nel 1980.