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foto L. Rivieccio

LA VITA DI PULCINELLA

2 tempi di Népomucène Jonquille

alla commedia è stato assegnato il
1° Premio di 1° grado

PREMIO TEATRO GATaL - Stagione 2011/12

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foto L. Rivieccio


l'articolo apparso su Avvenire dell'8 giugno 2012

LA COMMEDIA

Prima che Il Socco e la Maschera la inserisse nel proprio repertorio, l’opera, in Italia, non era stata mai rappresentata in teatro. Solo in due lontane occasioni, il 30 dicembre 1950 e il 5 febbraio 1951, fu recitata alla radio dalla Compagnia di Prosa di Roma per la regia di Anton Giulio Majano.


foto L. Rivieccio

 La Vie de Polichinelle, titolo originale dell’opera poi tradotta in italiano da un altro autore radiofonico, Alberto Perrini, è una delle più significative creazioni di Jonquille; vi si ritrovano motivi esasperati, la denuncia dell’ipocrisia, la più feroce satira civile e sociale, una tremenda accusa contro la malizia del mondo.

 Nella commedia l’autore ha trasfuso una profonda e garbata fantasia: i suoi personaggi, lungi dall’appartenere solo al teatro moderno, assumono la valenza di caratteri fissi e universali, portando sotto la luce dei riflettori il turbamento dell’uomo d’oggi in disperata ricerca di un’etica.  


foto L. Rivieccio

 Un severo e misterioso Burattinaio assiste alla vicenda dei personaggi di Jonquille, che mettono a nudo, con umorismo ed amarezza particolari, gli errori della nostra epoca, egoista ed ipocrita, immorale ed umiliante, e disegnano un affresco che risulta ancora estremamente vitale per leggere il nostro presente.

 Con quest’opera, l’autore rivelò la propria appartenenza alla razza degli idealisti, dei riformatori sociali, dei cuori puri, insomma dei poeti. 


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NOTE DI REGIA

In tempi di disgregazione dei valori etici è facile vedere, sullo sfondo delle vicende umane, un Burattinaio. Di volta in volta, Grande Vecchio, brama di potere, frenesia del denaro, mito dell’impunità, spirito di sopraffazione, che s’impadronisce dell’uomo e delle sue scelte riducendolo a pura marionetta; una marionetta, però, che accetta di essere manovrata – anche a prezzo della dignità, dell’onestà e degli affetti – purché le sia garantito di conquistare l’oggetto dei suoi desideri. Inevitabile corollario di questo servaggio è l’estraneità a qualunque istanza morale, un sentimento di deresponsabilizzazione rispetto alle azioni compiute, anche le più abiette, che finiscono per apparire possibili e “lecite” in quanto c’è qualcuno o qualcos’altro che si incarica di tirare i fili e di scrivere la storia dei singoli.

Intorno a Pulcinella e alla sua dissoluta visione delle relazioni umane, metafora del cinismo e del male che invadono il mondo odierno, i personaggi della Vita sono quasi tutti, ciascuno a suo modo, con responsabilità diverse e in differente misura, corrotti, fuorviati da inconfessabili impulsi. Fra di loro c’è chi smania per il potere, chi è disposto a vendersi – magari solo per raccogliere le briciole del potere – e chi, pur dichiarando di non voler barattare la propria vita, non ha comunque evitato una certa deriva morale e ha rinunciato a realizzare i propri ideali e a lottare contro le prevaricazioni. Anche personaggi che sul piano etico sembrerebbero da assolvere, in definitiva - magari solo perché deboli, o se si vuole non abbastanza combattivi - si piegano alla logica del potere, mostrando nei fatti quanto faticoso risulti per loro il pensiero della ribellione, di cui rifiutano l’avventura.

E chi, più delle maschere, può esemplificare la ripetitiva e rovinosa universalità di questi caratteri che ovunque e da sempre si prestano a catalogare la parte prevalente della specie umana? Quale codice migliore delle maschere per alludere con un semplice tratto, con un solo connotato, a un modo di pensare, di essere e di agire?

Nel finale, alle parole di fosco presagio del Burattinaio, fa da contrappunto una fievole luce in fondo a un tunnel altrimenti senza uscita. E se è ancora troppo poco per evocare una speranza è però abbastanza per rappresentare un’illusione; non nell’accezione di infondata aspettativa ma piuttosto di utopia in cui credere e per cui agire, non abbandonando l’idea che un giorno il mondo possa essere consegnato a una ritrovata etica e a un nuovo umanesimo.


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L'AUTORE

Népomucène Jonquille (pseudonimo di Pierre Georges Bourguignon) nacque a Parigi nel 1907. Spirito caustico ed irrequieto, dopo la laurea in Belle Lettere per guadagnarsi da vivere si impiegò, avviandosi ad un mestiere, quello del burocrate, il più lontano possibile dalla sua mentalità e dal suo temperamento. Gli capitò spesso di cambiare ufficio, perché veniva ripetutamente sorpreso a suonare la chitarra o a scrivere poesie. Fu così che, un po’ per scelta e un po’ perché costrettovi, si mise a fare lo chansonnier e l’autore di sketch per i teatri di rivista di Montmartre.

In veste di drammaturgo, divenne noto in Francia come autore di interessanti e originali radiodrammi, che rappresentavano quanto di meglio la letteratura radioteatrale di quella nazione aveva prodotto dopo il secondo conflitto mondiale.

Spirito inquieto e geloso della propria indipendenza, Jonquille, sull’esempio di Villiers de l’Isle, lo scrittore e poeta simbolista amico di Flaubert e di Mallarmé, si diceva convinto che ci sarebbe sempre stata della solitudine sulla terra per chi ne fosse stato degno. 


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la locandina della stagione 2013/14

(edizione "dei fantocci")

 

 

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foto C. Ghe