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LA VITA DI PULCINELLA 2 tempi di Népomucène Jonquille
(dal programma di sala) LA COMMEDIA Prima che Il Socco e la Maschera la inserisse nel proprio repertorio, l’opera, in Italia, non era stata mai rappresentata in teatro. Solo in due lontane occasioni, il 30 dicembre 1950 e il 5 febbraio 1951, fu recitata alla radio dalla Compagnia di Prosa di Roma per la regia di Anton Giulio Majano. La
Vie de Polichinelle, titolo originale dell’opera poi tradotta in
italiano da un altro autore radiofonico, Alberto Perrini, è una delle
più significative creazioni di Jonquille; vi si ritrovano motivi
esasperati, la denuncia dell’ipocrisia, la più feroce satira civile e
sociale, una tremenda accusa contro la malizia del mondo. Nella
commedia l’autore ha trasfuso una profonda e garbata fantasia: i suoi
personaggi, lungi dall’appartenere solo al teatro moderno, assumono la
valenza di caratteri fissi e universali, portando sotto la luce dei
riflettori il turbamento dell’uomo d’oggi in disperata ricerca di
un’etica. Un
severo e misterioso Burattinaio assiste alla vicenda dei personaggi di
Jonquille, che mettono a nudo, con umorismo ed amarezza particolari, gli
errori della nostra epoca, egoista ed ipocrita, immorale ed umiliante, e
disegnano un affresco che risulta ancora estremamente vitale per leggere
il nostro presente. Con
quest’opera, l’autore rivelò la propria appartenenza alla razza
degli idealisti, dei riformatori sociali, dei cuori puri, insomma dei
poeti.
NOTE DI REGIA In
tempi di disgregazione dei valori etici è facile vedere, sullo sfondo
delle vicende umane, un Burattinaio. Di volta in volta, Grande Vecchio,
brama di potere, frenesia del denaro, mito dell’impunità, spirito di
sopraffazione, che s’impadronisce dell’uomo e delle sue scelte
riducendolo a pura marionetta; una marionetta, però, che accetta di
essere manovrata – anche a prezzo della dignità, dell’onestà e
degli affetti – purché le sia garantito di conquistare l’oggetto
dei suoi desideri. Inevitabile corollario di questo servaggio è
l’estraneità a qualunque istanza morale, un sentimento di
deresponsabilizzazione rispetto alle azioni compiute, anche le più
abiette, che finiscono per apparire possibili e “lecite” in quanto
c’è qualcuno o qualcos’altro che si incarica di tirare i fili e di
scrivere la storia dei singoli. Intorno
a Pulcinella e alla sua dissoluta visione delle relazioni umane,
metafora del cinismo e del male che invadono il mondo odierno, i
personaggi della Vita sono quasi tutti, ciascuno a suo modo, con
responsabilità diverse e in differente misura, corrotti, fuorviati da
inconfessabili impulsi. Fra di loro c’è chi smania per il potere, chi
è disposto a vendersi – magari solo per raccogliere le briciole del
potere – e chi, pur dichiarando di non voler barattare la propria
vita, non ha comunque evitato una certa deriva morale e ha rinunciato a
realizzare i propri ideali e a lottare contro le prevaricazioni. Anche
personaggi che sul piano etico sembrerebbero da assolvere, in definitiva
- magari solo perché deboli, o se si vuole non abbastanza combattivi -
si piegano alla logica del potere, mostrando nei fatti quanto faticoso
risulti per loro il pensiero della ribellione, di cui rifiutano
l’avventura. E
chi, più delle maschere, può esemplificare la ripetitiva e rovinosa
universalità di questi caratteri che ovunque e da sempre si prestano a
catalogare la parte prevalente della specie umana? Quale codice migliore
delle maschere per alludere con un semplice tratto, con un solo
connotato, a un modo di pensare, di essere e di agire? Nel
finale, alle parole di fosco presagio del Burattinaio, fa da
contrappunto una fievole luce in fondo a un tunnel altrimenti senza
uscita. E se è ancora troppo poco per evocare una speranza è però
abbastanza per rappresentare un’illusione; non nell’accezione di
infondata aspettativa ma piuttosto di utopia in cui credere e per cui
agire, non abbandonando l’idea che un giorno il mondo possa essere
consegnato a una ritrovata etica e a un nuovo umanesimo.
L'AUTORE Népomucène
Jonquille (pseudonimo di Pierre Georges Bourguignon) nacque a Parigi nel
1907. Spirito caustico ed irrequieto, dopo la laurea in Belle Lettere
per guadagnarsi da vivere si impiegò, avviandosi ad un mestiere, quello
del burocrate, il più lontano possibile dalla sua mentalità e dal suo
temperamento. Gli capitò spesso di cambiare ufficio, perché veniva
ripetutamente sorpreso a suonare la chitarra o a scrivere poesie. Fu
così che, un po’ per scelta e un po’ perché costrettovi, si mise a
fare lo chansonnier e l’autore di sketch per i teatri di rivista di
Montmartre.
In
veste di drammaturgo, divenne noto in Francia come autore di
interessanti e originali radiodrammi, che rappresentavano quanto di
meglio la letteratura radioteatrale di quella nazione aveva prodotto
dopo il secondo conflitto mondiale.
Spirito
inquieto e geloso della propria indipendenza, Jonquille, sull’esempio
di Villiers de l’Isle, lo scrittore e poeta simbolista amico di
Flaubert e di Mallarmé, si diceva convinto che ci sarebbe sempre stata
della solitudine sulla terra per chi ne fosse stato degno.
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la locandina del debutto:
foto C. Ghe
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